Origini della Gnaga
La nascita
In ogni periodo nasce un capogruppo, oggi si direbbe un "leader", una mente trascinante
che porta nuove idee e coinvolge il resto dei giovani in manifestazioni diverse,
quali una mascherata, la nascita di una società sportiva, l'avvio di qualche manifestazione
culturale e sociale.
Nell'anno 1897 Toldo Valentino (detto Nin di Rosa perché apparteneva a detta famiglia)
prese dalla culla il proprio figlioletto Giuseppe e diede inizio a questa simpatica
carrellata attraverso le case e gli stretti vicoli del paese.
Il periodo era propizio: si stava attenuando la grande carestia che aveva visto
l'aumento incontrollato della popolazione con conseguente fame endemica, rallentava
il fenomeno delle partenze dolorose verso le Americhe, la nascente attività commerciale
nei territori controllati dalla monarchia asburgica portava i primi benefici e ed
affievoliva i morsi dello stomaco; in questa rinascita c'era così spazio anche per
rallegrare lo spirito.
Il Nin di Rosa, un valente scalpellino, come i suoi coetanei aveva girato l'Europa,
trascorrendo le sue stagioni per lo più nella Svizzera Romancia. Qui Valentino si
appropriò delle tradizioni culturali del paese ospitante, operazione facilitata
anche dal fatto che egli vi aveva trovato un tessuto culturale che era molto simile
al suo.
Non bisogna poi dimenticare che egli era di natura allegro e burlone; i non più
giovani ricorderanno un sonetto da lui composto e cantato sull'aria di una canzone
meneghina:
"E gira la ruota gira
l'é qua anca 'I Nin di Rosa
sel puoi ciapà cinq ghei
da se sfamà i budei".
Nei mesi invernali girava la vallata facendo l'arrotino per risparmiare la somma
guadagnata all'estero che non doveva comunque essere abbondante. Nella prima apparizione
della mascherata "fornesigana", Valentino indossa il vestito buono, forse quello
nero "nuzial", ed insieme ad un gruppo che all'inizio era senz'altro più ristretto
e accompagnato da qualche musicante, dà il via ad una tradizione che in seguito
diventerà di competenza dei coscritti.
Infatti chi più dei ventenni sente la necessità di sfogare la propria esuberanza
in un'allegra carnevalata. Se i coscritti non erano in numero sufficiente, si ricorreva
alle classi precedenti o seguenti, attingendo comunque anche fuori da queste i personaggi
ritenuti più idonei alla sfilata. Luigi Costantin, Gigiota, fu addirittura insignito
di una simbolica medaglia d'argento per i venticinque anni di servizio prestati
nella parte della Gnaga: era la maschera di maggior fatica perché calzava un paio
di dambre di legno, lunghe fino a mezzo metro, abbellite con corna di capra e lustrini
vari.
La Gnaga proseguirà così fino ad esaurimento della vena "goliardica", perché i coscritti
degli anni 65/70, oltre a non avere un capo, non sentivano nemmeno più gli stimoli
per approntare un corteo carnevalesco, visto che la società non imponeva più di
divertirsi, ma offriva i mezzi di locomozione per avvicinarsi ai divertimenti stessi.
Il corteo mascherato
Il corteo mascherato iniziava dalle case alte del paese, e cercando di non dimenticare
nessuno, neanche il più coco, passava dalla scuola a prelevare gli scolari.
Qui il Matazìn aveva provveduto a tener desti i marmocchi e avvisato la maestra
che l’ultimo di Carnevale a Fornesighe era vacanza comandata, indipendentemente
dalle circolari giunte da Roma.
La mascherata concludeva il giro del villaggio e scendeva le gavade fino a Villanova,
frazione gemella; poi attraverso il Pont da Pra saliva fino a Dozza e Pieve a visitare
le osterie, prodighe anche col coco, e sostava poi perla foto dal Franco Casal.
Ritornava, passando per Fedele e con tappa a Bragarezza, o meglio alle due o tre
osterie, e qui esauriva la sua carica euforica.
I ragazzi al seguito aiutavano, nella risalita delle gavade, a trasportare il materiale
ingombrante, come le smisurate dambre della Gnaga. Poi tutti a pranzo dalle coscritte.
e fine della carnevalata.
La sera, rimessi gli abiti civili tutti al ballo a Forno. con andata e ritorno a
piedi. Il ritorno alle prime ore del mattino, con qualche grado sotto zero, serviva
anche a smaltire gli eccessi di giornata. Il giorno seguente dopo le ceneri, si
riconsegnavano gli oggetti presi a prestito e si passava l'ideale testimone ai coscritti
dell'anno successivo.
I personaggi
La Gnaga
La gnaga è un personaggio tipico zoldano, dotato di doppio corpo, ma congegnato
in modo tale da trarre in inganno non essendo possibile distinguere le parti
vive del personaggio da quelle aggiuntive. Il portatore si infila in
una gerla sfondata, alla quale, davanti ha aggiunto un finto busto di donna con
le braccia; le gambe sono coperte con un'ampia gonna frangiata e "gremal". Indossa
una vecchia giacca, in testa un cappellaccio e copre il viso con un volto. Se coordina
bene i movimenti pare che la donna posticcia aggiunta sul davanti, porti il vecchio
dentro la gerla. Le dambre erano enormi e pesanti e l'abbellimento dipendeva dall'estro
dell'esecutore.
Al coco
Era il personaggio che indossava un vecchio vestito
di meta-lana; il volto era ricavato da pelle di pecora bianca, così da far sembrare
il personaggio un vegliardo. Seguiva la compagnia con un cesto, nel quale la gente
versava l'obolo, in maggior parte uova (da cui il nome), ma anche prodotti caseari
o denaro. Col contenuto del cesto la compagnia organizzava e pagava il pranzo.
Al nuiz
Veniva scelto tra i coscritti, era l'elemento di maggior carisma, di bella presenza,
vestiva in nero con cappello a cilindro. il vestito nuizal era preso a prestito
in qualche famiglia; quello di casa nostra dopo 30 anni di servizio è ancora appeso,
ordina, in attesa di clienti. Il cappello a cilindro veniva prestato dalla famiglia
De Pellegrin Pietro Antonio (de Col), ed il bastone da passeggio dagli eredi di
un illustre pievano.
La Nuiza
Si trattava in realtà di un individuo maschio, spesso scelto per i suoi lineamenti
femminei, ma a volte proprio in contrasto con marcati attributi maschili, specie
sulle gambe, così da rendere più grottesco e spassoso il contrasto. I suoi vestiti
seguivano l’andamento della moda senza coerenza col partner, ed erano prestati da
conoscenti.
Al vege
è forse la maschera più genuinamente zoldana. pochi ricorderanno, ma la tradizione
dei volti, maschere in legno lavorate e dipinte, era di casa anche da noi. A forno
ricordiamo quelle del Nente di Pascai, ma anche a Bragherezza e Fornesighe in molte
famiglie si lavorava ai volti. Bastava mette quel volto con contorno di pelle di
pecora nera e indossare il vestario che si usava nell'accudire il bestiame e si
era dui in maschera. Gli Zorro e i Superman esistevano per noi come nei libri di
Giulio Verne.
Al matazin
È una maschera di origine iberica, che con la supremazia spagnola sull’Europa settecentesca
si impose sia in Italia (matazinada si trova in testi volgari veneziani del ‘600),
sia in Europa: infatti i Nain della Foresta Nera, del Lago di Costanza e della Svizzera
sono la medesima cosa. Nella nostra carnevalata non vestiva abiti così sontuosi,
con colletto bianco e pieghe, ma piuttosto si avvicinava ad Arlecchino per il vestito
a pezze, spesso non aggiunte, e la vistosa bardatura di brondine che agitava nel
suo andare, facendo da avanguardia al resto della compagnia.
Al compare
Vestiva in nero come il nuiz, con bombetta (di Arturo De Pellegrin Nadal) e bastone
di ligustro.
La comare
Vestiva alla zoldana, con fazzoletto chiaro a frange in testa e nel "porta-enfant"
teneva una bambola della grandezza di un neonato. Ai curiosi che volevano vedere
la popa il compare sollevava la coperta che doveva proteggere l'infante, e la comare,
azionando una pompetta da clistere, faceva vedere che era un popo, spruzzando la
faccia dei curiosi ficcanaso.
L'ampezana
In seguito, per arricchire il gruppo o semplicemente per dar posto a qualche escluso,
si inserì questa figura, sempre interpretata da un maschio. Il vestito e cappello
tipico venivano dai Traiber de Sot di Villanova, presso cui era venuta in seconde
nozze una Dadiè di Cortina. Quindi la disponibilità di un costume insolito creava
il personaggio.
I sonador
I musici venivano ingaggiati a stipendio zero ed allegravano la mascherata intrattenendo
le famiglie ed i curiosi negli ingressi, dove si improvvisavano anche coppie di
ballerini. L'abbigliamento era un incrocio tra un gaucho argentino e un mariacho
messicano, sombreri di paglia della Maria Davide, stivali da gerarca con speroni,
calzoni da fantino, camicie da "cow-boy", con fazzoletto annodato al collo, occhiali
da sole; e per chi non ne era fornito: baffi e basettoni fatti con le bronze.
Le coscritte
Se ne stavano nella casa designata a preparare il pranzo, dopo aver provveduto alla
colazione del mattino e alla vestizione dei coscritti.
Aldo Mosena